Stati di Coscienza


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mercoledì, aprile 07, 2004
 
 

L'esperienza in punto di morte, o NDE, rappresenta una profonda rivelazione di sconvolgente bellezza, e tale evento straordinario ha il potere di trasformare radicalmente e migliorare la vita di chi ritorna da un simile incontro con la morte. "Insegnamenti della Luce", come altri libri sulle NDE, è scritto per quelle persone che desiderano apprendere l'insegnamento che nasce da simili stati di premorte, per imprimere un reale cambiamento alla propria esistenza.
Cosa possiamo imparare dalle Esperienze in Punto di Morte Kenneth Ring e Evelyn Elsaesser Valarino - Edizioni mediterranee
 
Crea di Nadia Scardeoni

COSCIENZA
NATURA E STRUTTURA DI ALCUNI STATI DI COSCIENZA

Autori: Marco Margnelli

Descrizione:

L’autore presenta a più riprese questa importante opera come un manuale concernente lo studio di diversi stati di coscienza: il sonno, il sogno, lo stato ipnotico o "trance" e, infine, l’estasi. Il primo grande capitolo (o meglio la prima parte del volume) comprende sottocapitoli che si occupano in successione dello "yoga del sogno", del sogno lucido e, soprattutto, dello stato ipnagogico, lo stato che precede l’entrata nel sonno.

L’approccio a ciascuno di questi stati è costantemente neurofisiologico, psicofisiologico e neuropsicologico, il che, probabilmente, costituisce la principale originalità nei confronti di altre opere, peraltro piuttosto rare, dedicate agli stessi stati di coscienza quali, per esempio, le due di Charles Tart, pubblicate l’una nel 1968, l’altra nel 1975. Il volume del 1968 era in realtà un’antologia composta con testi scelti dal curatore che, anche se ebbe un forte impatto innovatore e un’accoglienza vastissima, era nondimeno lontano dall’ordinato rigore che Marco Margnelli ci offre nel suo. L’altro libro, del quale Tart era l’unico autore, presentava ed esemplificava un metodo di studio degli stati di coscienza come "sistemi" che ebbe, di nuovo, un’ottima accoglienza (è tuttora un testo consigliato nelle Università), ma analizzava solo alcuni degli stati di coscienza che troviamo nel libro di Margnelli e, soprattutto, solo da un punto di vista psicologico. Il libro del 1968 nasceva in un periodo nel quale gli stati modificati di coscienza erano di moda a causa del massiccio consumo di marijuana e di LSD da parte degli hyppies, psicologicamente incoraggiati da modelli di riferimento quali Timothy Leary (la politica dell’estasi) o Carlos Castaneda (il cui primo libro, A scuola dallo stregone, fu appunto tradotto e pubblicato in Italia nel 1968).

In quegli anni i libri dedicati agli stati "alterati" o "modificati" della coscienza si proponevano come i manifesti di una controcultura nella sua fase offensiva diffusa un po’ dappertutto. Niente di tutto ciò nel lavoro di Margnelli che, tutto al contrario, è caratterizzato dal rigore scientifico e dall’obbiettività e dal fatto che l’autore è un uomo di laboratorio, medico, neurofisiologo e sperimentatore (soprattutto, ma non solamente, nel campo dell’ipnosi e dell’estasi). Pur mantenendo l’inderogabile base dei dati sperimentali (che si nutre alla fonte di ricerche sia di molti anni or sono come recentissime, come dimostra l’abbondantissima bibliografia), Mar-gnelli non disdegna altre fonti d’informazione che da un lato arricchiscono la materia e dall’altro tentano un collegamento con le psicologie orientali che già nel 1968 avevano stuzzicato la curiosità dei ricercatori occidentali ma in modo piuttosto superficiale. Ciò è ben dimostrato, per esempio (e non è che uno dei tanti esempi che potrei fare per sostenere la mia opinione), dall’ultimo capitolo, dedicato all’estasi. È uno stato che raramente ha attirato l’attenzione dei ricercatori di neuroscienze, soprattutto dei neurofisiologi; può darsi perché, come suggerisce l’autore, è uno stato che si manifesta quasi esclusivamente in contesti religiosi.

Sicuramente, però, il disinteresse nei suoi riguardi è anche dovuto al fatto che al di fuori dell’ambito religioso apologetico (anche se non sempre) l’estasi è stata interpretata come un disturbo psicologico di tipo isterico se non addirittura come psicosi. Nondimeno, dice Margnelli, è giunto il momento di toglierla dal catalogo delle psicopatologie e considerarla come un’esperienza fisiologica, anche se di limite. Era già questa l’opinione di Pierre Janet (in contrasto con quella di Jean Marie Charcot) il quale, sottolineando la sua dimensione dissociativa, non la vedeva necessariamente come una condizione patologica.

Dopo venticinque anni di ricerche in materia, Marco Margnelli è anche persuaso che sia giunto il momento di stabilire le somiglianze e le differenze tra lo stato di estasi e lo stato ipnotico (ovvero la trance, come scrive Margnelli, che ha scelto di conservare la grafia corrente ricordando, però, che io proposi già quasi tre decenni or sono di riadottare la grafia di transe, che utilizzò Janet riallacciandosi all’origine del termine dal verbo latino transire, passare oltre) e si addentra in un accurato confronto che è assolutamente originale e rigorosamente condotto su dati di psicofisiologia e di psicologia.

Ecco allora che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati dopo aver letto il capitolo sull’ipnosi, basato su rigorosi dati di laboratorio (compresi quelli derivati dai suoi esperimenti), Margnelli comincia con un’analisi delle descrizioni autobiografiche di Santa Teresa d’Avila, "dottore della Chiesa", proponendo che il terzo grado dell’orazione teresiana sia uno stato di dissociazione "trancelike" e non una dissociazione patologica, come vari autori, a cominciare da William James e Leuba, hanno in molte occasioni sostenuto. Da questo punto di partenza, restando fondamentalmente il ricercatore rigoroso, l’uomo di laboratorio che ha lavorato per il Consiglio Nazionale delle Ricerche italiano, Margnelli rielabora la "mappa degli stati di coscienza" di Roland Fischer, perfezionando il "modello neurobiologico" che vi è esposto e raggiungendo conclusioni non poco lontane da quelle di Fischer.

Mi è sembrato giusto insistere particolarmente sul capitolo finale del libro, quello dell’estasi, per sottolineare il fatto che Margnelli, pur restando sempre fedele al rigore dei dati sperimentali non lascia mai da parte anche altri approcci, che definirei "fenomenologici" in senso lato, così che propone anche altri orientamenti interpretativi. Al di là di ciò, il libro è anche ricco di ipotesi ingegnose e ragionevoli come quella che gli stati di coscienza utilizzino dei "programmi operativi" come un computer, che esista "una coscienza per il giorno e una per la notte", che esista un "inconscio sensoriale", che esista un "osservatore nascosto" vigile e attento in tutti gli stati di "incoscienza", che le visualizzazioni terapeutiche abbiano una potenza direttamente proporzionale ai livelli via via più bassi della vigilanza, che l’ipnosi sia un sistema psicoterapeutico duttile e creativo che dovrebbe essere adottato su scala più vasta di quanto non lo sia ancora e altro che rende la lettura di questo "manuale" fruttuosa e molto stimolante.

http://www.polettoeditore.it/scheda.asp?ISBN=0001000001

Marco Margnelli, ricercatore del C.N.R., direttore del Centro Ricerche Psicofisiche di Milano e collaboratore di riviste specializzate come "Riza Psicosomatica".
Dopo aver dedicato fin'ora tutta la sua vita all'insegnamento dello Yoga e alla Pranoterapia aiutando moltissime persone, Guya Vichi può vantare la fondazione di due centri, la
Scuola di Yoga e l'Associazione Culturale Il Centro Solare dove svolge parte delle sue attività, oltre alla formazione di numerosi allievi, allievi a lei fedeli che la seguono nel cammino con amore e totale dedizione

 

Fenomenologia e ipotesi interpretative delle Esperienze di Pre-Morte.

Review della letteratura
"Mi trovai a fluttuare verso il soffitto, ma vedevo chiaramente la gente intorno al letto e persino il mio corpo: stavo benissimo e avrei voluto dirglielo, ma era impossibile. Era come se fossi un velo, uno schermo tra me e gli altri.
Vidi una specie d'apertura dalla forma allungata e molto buia e l'attraversai come un fulmine. Era sbalorditivo, ma divertente. All'uscita da questo tunnel mi trovai in un regno di amore e di luce. Vi era amore dappertutto: mi circondava e impregnava tutto il mio essere.
Ad un certo punto vidi tutti gli eventi della mia vita come in un ampio panorama. Tutto questo è semplicemente indescrivibile. Gente che era morta da tempo era lì con me nella luce: tra gli altri una compagna di scuola, mio nonno e una prozia. Erano tutti felici, raggianti.
Non volevo più tornare, ma un essere di luce mi disse che dovevo farlo perché non avevo completato il mio compito nella vita. Improvvisamente, mi ritrovai nel mio corpo." (R. Moody 1989)
Esiste una letteratura scientifica ormai più che ventennale, che ha raccolto una notevole massa di dati su un fenomeno che si verifica in più di un terzo di pazienti comatosi, traumatizzati cranici, cardiopatici, ecc. durante la loro crisi vitale che implica la perdita della coscienza. Storicamente la letteratura sui fenomeni di coscienza in punto di morte nasce sotto la denominazione di letteratura sulle esperienze di Pre-Morte (Near Death Experience). Del fenomeno però, più che i medici, si sono impadroniti psicologi, filosofi, neuroscienziati, psicanalisti, psichiatri, e purtroppo anche ciarlatani.
Questo articolo cerca di spiegare il fenomeno della Esperienza di Pre-Morte (d'ora in avanti EPM) nella sue caratteristiche descritte e documentate in forma rivoluzionaria e originale da R. Moody (1975) nel suo libro "Life after life", da K. Ring, psicologo americano il quale affronta i problemi metodologici di ricerca sulla EPM e da altri studiosi. Si cercherà poi di affrontare il dibattito - ancor oggi aperto ed acceso - sulle spiegazioni apportate dagli scienziati per capire e scoprire i possibili meccanismi sottostanti al fenomeno.
I filoni interpretativi si possono sintetizzare sostanzialmente in cinque indirizzi: l'approccio metafisico trascendentale dove collochiamo la ricerca di Moody (1975, 1988), di Ring (1980, 1992), di Sabom (1983), di Morse (1986); l'approccio farmacologico di Carr (1981), di Siegel (1980), di Sabom (1984); l'approccio psichiatrico e psicanalitico con Rodin (1980), Noyes e Kletty (1979), Grosso (1981) Owens, Cook e Stevenson (1990); l'approccio psicologico di Sagan (1981), di Blacher (1979) di Greyson (1983); e infine, quello psicofisiologico con il contributo di Carr (1982), Morse (1987), Saavedra-Aguillar e Gomez-Jeria (1989), Jansen (1989), Blackmore (1993), Tiberi (1995, 1996).

Iniziali spiegazioni Metafisiche e Trascendentali

A Moody, medico e filosofo americano, va riconosciuta la paternità del riconoscimento della EPM, così da lui stesso coniata. A lui il merito di aver esaminato i contenuti delle esperienze di 150 persone intervistate che erano tornate in vita dopo essere state credute clinicamente morte, o che avevano rischiato di morire a causa di incidenti stradali o malattie gravi. Egli tentò di sistematizzare e categorizzare il materiale raccolto estraendo alcuni elementi comuni alle varie esperienze:
1. difficoltà ad esprimere la propria esperienza con parole adeguate o ineffabilità;
2. percezione di un forte ronzio prima di morire;
3. avere l'impressione di essere morto;
4. provare sentimenti di pace, quiete, rilassamento;
5. sensazione di essere fuori dal proprio corpo e di osservarlo dall'alto o autoscopia;
6. sensazione di scivolare dentro un tunnel oscuro e di vedere nello sfondo una luce abbagliante;
7. percezione alterata dello spazio e del tempo;
8. potenziamento dei sistemi cognitivo ed emozionale (performance eccezionali della memoria e del pensiero, dell'immaginazione, della percezione;
9. visione o revisione di tutta la propria vita in un solo istante (life review);
10. incontro con persone conosciute e decedute;
11. incontro con un Essere di luce che emana amore e comprensione;
12. percezione di confine oltre il quale ogni ritorno sarebbe reso impossibile;
14. visione tridimensionale della propria vita alla presenza dell'Essere di luce;
15. mutamenti esistenziali dopo il rientro nel corpo e dopo la guarigione (after effects).
Tutti questi elementi concorsero alla definizione teorica della sindrome della EPM. La linea interpretativa seguita dal dottor Moody era quella metafisico-trascendentale, per cui l'ipotesi sottostante era quella di una prova di una vita dopo la morte. Era convinto che l'EPM costituisse un breve passaggio in una realtà completamente diversa. Le variabili a favore di questa ipotesi erano intrinseche al fenomeno stesso (la visione extracorporea, il realismo dell'esperienza, l'universalità e la coerenza dei racconti).
Tuttavia agli occhi del rigore scientifico questa ipotesi e questa iniziale ricerca, anche se fortemente attraenti, presentava molte lacune.
A seguito Ring (1980, 1984,1992) pubblicò "Life and Death" dove descriveva i resoconti delle interviste di 102 pazienti che erano stati rianimati o in pericolo di morte per malattia, incidenti o tentativi di suicidio. A Ring viene riconosciuto il merito per aver introdotto il metodo dell'inchiesta, quello statistico e i modelli della psicologia scientifica nello studio dell'EPM. L'indagine era fondata su un questionario strutturato ed un indice di profondità dell'esperienza, chiamato "Weighted Core Experience Index" (WCEI). Questa scala di misurazione consentiva di sondare la profondità dell'esperienza mediante un indice costituito dagli elementi principali descritti da Moody collegato ad un punteggio. I risultati confermarono in larga parte gli elementi riscontrati da Moody, ma a questo punto rielaborò l'esperienza definendola "Core Experience", termine che indica il nocciolo o l'essenza dell'esperienza sintetizzando cinque stadi principali:
1. provare sentimenti di pace, rilassamento, quiete, ecc.;
2. avere la sensazione di essere fuori dal corpo (Out of the body experience, OBE);
3. sensazione di trovarsi in movimento dentro un tunnel oscuro;
4. vedere una luce brillante alla fine del tunnel;
5. essere immmerso nella luce.
Ring inoltre, descrisse i processi cognitivi dei soggetti esperenziali come lucidi, logici e razionali, mentre quelli sensoriali come il gusto e l'olfatto erano assenti. Alterati anche le sensazioni del tempo, che risultava dilatato o assente e dello spazio, percepito come infinito. Le variabili sociali dei soggetti (età, scolarità, stato sociale e religione) non incidevano nel verificarsi dell'esperienza. Tuttavia Ring rimaneva nell'iniziale prospettiva trascendentale legittimandola attraverso la mutuazione di due modelli teorici: quello parapsicologico e quello olografico. Il modello parapsicologico era fondato sull'ipotesi che al momento della morte vi era una reale e oggettiva separazione di "something" dal corpo. Questo qualcosa, identificato talvolta come una coscienza distaccata dal corpo poteva raggiungere un'altra dimensione, definita dallo psicologo la "quarta dimensione" o dimensione delle pure frequenze.

Brevemente il primo spiegava i primi due stadi dell'EPM, la sensazione di pace e di benessere e l'OBE. Nella letteratura della parapsicologia l'OBE era descritto con le stesse caratteristiche riscontrate nei racconti di EPM, la sensazione di fluttuare nell'aria e di vedere l'ambiente da un punto di vista aereo, il potenziamento dei sensi e la vividezza dei colori, ecc. Il secondo modello serviva per spiegare la visione del tunnel, della luce e del regno di luce. Ring cita a proposito Karl Pribram, neurochirurgo, teorico di questo modello. Egli afferma che le singole cellule del cervello si sintonizzano sulle frequenze esterne. Il nostro cervello funziona dunque olograficamente analizzando le frequenze che provengono dagli oggetti, creando poi l'immagine olografica dell'oggetto attraverso gli schemi ricavati dalle onde di interferenza e immagazzinando tali immagini nella memoria. L'avvicinarsi della morte comporta un graduale cambiamento del livello di coscienza che rende accessibili una realtà diversa da quella ordinaria. In questa ottica allora l'EPM è una esperienza di tipo mistico che introduce le persone nel mondo olografico delle pure frequenze. La coscienza continua a funzionare olograficamente (senza un cervello) per interpretare queste frequenze. Ciò sarebbe possibile quando essa è libera dalla sua dipendenza dal corpo.
Ring inoltre ipotizza l'esistenza di un "Higher Self" o "Total Self" del quale la personalità dell'individuo è un frammento separato dal Sè totale, con cui si riunisce al momento della morte.
In questa prospettiva, inoltre troviamo Melvin Morse (1986) che indirizzò le sue ricerche sui bambini che erano sopravvissuti a gravi condizioni di vita (coma associato a trauma, annegamento, arresto cardiaco). I risultati delle sue ricerche furono pubblicati nell'American Journal of Disease of Children. Furono intervistati 42 bambini dai 3 ai 16 anni tramite un questionario e fu data loro la possibilità di ricordare l'esperienza attraverso il disegno libero. Gli elementi descritti dai piccoli soggetti esperenziali erano simili a quelli descritti dagli adulti (OBE, tunnel, visione della luce, decisione di ritornare nel corpo); mancava la visione panoramica della vita.

Questi risultati ed altri successivi poterono confermare l'universalità del fenomeno anche in culture diverse. Non esiste evidente correlazione con l'età, il sesso, lo stato occupazionale, il livello culturale e socio-economico di appartenenza (Becher,1981; Morse, 1986; Osis e Haraldson, 1979).
Studi comparativi sulle esperienze in punto di morte
Sabom (1984), come cardiologo poteva seguire direttamente i pazienti che dichiaravano di aver avuto una EPM. Il campione intervistato era composto da 116 pazienti. La metodologia utilizzata era simile a quella di Ring (questionario demografico, resoconto dell'esperienza, analisi dei dati). L'attenzione di Sabom fu rivolta a due aspetti: la sensazione di uscire dal corpo (OBE) e le visioni trascendentali. La tipologia del fenomeno venne posta su due caratteristiche:
1. L'autoscopia (33% dei casi). Il paziente descrive la sua esperienza come vissuta da un "sé" distaccato dal corpo fisico, in grado di osservare ciò che accade nella sala di rianimazione, da un punto identificato in genere all'altezza del soffitto. Le percezioni visive risultano chiare e ricche di dettagli. Sedici pazienti dichiararono di aver udito durante l'OBE quello che gli operatori stavano dicendo.
2. Le caratteristiche trascendentali (48% dei casi), ovvero la descrizione di oggetti o avvenimenti che trascendono i limiti materiali, come una luce brillante al termine di una zona oscura, il rivedere la propria vita in una visione tridimensionale. Sabon affermava dunque che nelle drammatiche condizioni di morte apparente poteva innescarsi un particolare meccanismo di sdoppiamento fra la mente e il cervello responsabili di tutti gli elementi della EPM.
Tutti i ricercatori che si sono interessati all'argomento hanno riferito che i soggetti esperenziali, a seguito dell'EPM, hanno avuto una trasformazione personale profonda e positiva. Si tratta di cambiamenti esistenziali, di opinione, di atteggiamenti, di credenze, di stati d'animo molto simili alle conversioni mistiche. Talvolta questi cambiamenti sono radicali al punto che, i soggetti ricorrono alla psicoterapia perché si sentono inadeguati nei ruoli sociali svolti prima dell'EPM.
Va detto che il cambiamento si poteva notare anche nei gruppi di persone che avevano affrontato la morte senza avere avuto l'EPM, solamente che nei gruppi esperenziali gli effetti erano più marcati (Ring,1980). I "risuscitati" affermavano che dopo l'esperienza avevano avvertito un profondo sentimento di rinascita personale, di autostima, di sicurezza interiore. Diminuiva fortemente la paura della morte e si sviluppava infine un intimo sentimento religioso, tendente più alla spiritualità che ad una religiosità di tipo confessionale. Ring notò inoltre nei soggetti lo sviluppo di capacità psichiche come la telepatia, la chiaroveggenza, la capacità di guarire gli altri con l'imposizione delle mani chiamando questo fenomeno "Life preview" e una trasformazione psicofisiologica (diminuzione della pressione sanguigna, della temperatura corporea, del metabolismo, incremento della sensibilità alla luce, all'udito, all'umidità, ecc.). L'ipotesi di Ring era quella che i cambiamenti psicofisiologici riscontrati presupponevano non solo una elevazione della coscienza singola, ma erano anche il presupposto per un'evoluzione dell'umanità verso una destinazione chiamata il "Punto Omega". I soggetti che avevano sperimentato l'EPM erano da Ring considerati degli "Omega Prototype", cioè dei prototipi precursori del futuro uomo altamente spirituale, chiamato "Homo noeticus".
Il punto di vista di Tiberi (1996),a proposito, contrariamente all'opinione di tutti gli studiosi americani, è che, all'origine dei grandi cambiamenti esistenziali legati alle esperienze di coscienza del quarto quadrante, come l'autore stesso definisce, non ci sia la fulgida luce, percepita dai soggetti, ma una "reazione emozionale di straordinaria intensità e potenza". Tiberi in una ricerca, infatti, evidenzia che i costrutti affettivo-cognitivi piacevoli, rilassati e calmi (pace, serenità, tranquillità) sono quelli più correlati con i posteffetti. I risultati del rapporto tra le emozioni e i vari tipi di cambiamento riportano percentuali più elevate nei soggetti che affermano di aver migliorato notevolmente le loro opinioni, i loro atteggiamenti e valori, il loro comportamento. Coloro che hanno provato serenità (83%) sono in seguito diventati più saggi; il 78% hanno corroborato la propria credenza nella sopravvivenza; il 79% si sentono più coinvolti e in sintonia con la natura. Mentre quelli che hanno fatto esperienza di rilassamento (80%) hanno potenziato il proprio apprezzamento per la vita e quelli che hanno provato la pace (70%) hanno migliorato i loro rapporti con i familiari.

Spiegazioni Farmacologiche

Mentre il filone metafisico-trascendentale cercava di evidenziare l'esistenza di un mondo ultraterreno spuntò un ramo di ricerca tendente a valutare le variabili farmacologiche che potevano essere responsabili del fenomeno della EPM.
Nel campo medico l'attenzione era volta verso quei farmaci più frequentemente utilizzati nelle situazioni critiche di urgenza. Il rapporto tra farmaci ed EPM fu approfondito da alcuni studiosi. Ad esempio, gli stati narcotici prodotti da farmaci analgesico-narcotici furono considerati da Carr (1981) paragonabili all'EPM. Infatti tali sostanze, agendo sul sistema nervoso centrale, provocano una attenuazione o eliminazione della percezione del dolore. Tuttavia le indagini di altri studiosi contraddicevano queste affermazioni poiché il fenomeno si verificava anche in assenza di terapia farmacologica. Sabom nel 1983, nel suo libro "Dai confini della vita", dichiarava che la somministrazione di detti farmaci provoca due sensazioni: una positiva legata ad uno stato di euforia e quiete, una negativa nella quale in un viaggio allucinante si va incontro ad una serie di percezioni distorte e confuse. Ciò non accadrebbe nella EPM. Anche l'esperimento di Morse (1990) su un gruppo di volontari, le reazioni descritte, dopo la somministrazione di narcotici erano ascrivibili ad un corteo di sintomi come nausea, incapacità di concentrarsi e calo della vista.
E ancora, gli anestetici come il protossido di azoto e la ketamina vennero considerati come i responsabili delle esperienze durante gli interventi chirurgici. L'ipotesi era quella che una dose inadeguata di anestetico provocasse l'aumento dell'ossido di carbonio, in grado di scatenare esperienze visionarie simili alla EPM Ring sosteneva l'improbabilità dell'evento per il fatto che la somministrazione di anestetici veniva strettamente controllata durante l'intervento chirurgico con la somministrazione di ossigeno.
I resoconti delle persone che assumevano sostanze neurodislettiche (LSD, hashish, marijuana), altra categoria considerata da Siegel (1980), professore di farmacologia dell'Università della California evidenziavano una stretta analogia con il vissuto dell'EPM: l'ineffabilità, la visione del tunnel, l'OBE, il limite e il confine. Non mancano le critiche a sostegno che coloro che avevano sperimentato l'EPM e le allucinazioni da droghe potevano distinguerle: contenuto e struttura dell'EPM e delle droghe differiscono tra loro in modo evidente (Ring,1982). Nonostante le critiche sollevate è importante sottolineare che l'intuizione di Siegel sulla similarità dell'EPM e le esperienze allucinatorie fece riflettere e cercare i comuni meccanismi di azione.

Spiegazioni Psichiatriche e Psicanalitiche

L'EPM aveva suscitato l'interesse di varie discipline scientifiche. In campo psichiatrico, ad esempio, il fenomeno veniva interpretato con le categorie diagnostiche proprie della psichiatria. Un'ipotesi psichiatrica fu introdotta da Noyes e Kletty (1979) che ricorsero alla "depersonalizzazione" per spiegare il fenomeno come reazione psicologica di difesa, adattiva e riflessa al pericolo di vita. Per valutare queste affermazioni gli autori intrapresero uno studio prendendo in considerazione sia le persone che avevano affrontato un pericolo di morte fisico, sia quelle che avevano affrontato un pericolo di morte solamente psicologico. Intervistarono 189 soggetti che erano sopravvissuti alle seguenti circostanze: cadute dalla montagna (57), annegamento (48), incidenti automobilistici (54), malattie varie (29) e altri incidenti (27). Dall'analisi fattoriale risultarono tre fattori chiamati da costoro: fattore mistico, composto da variabili come la memoria panoramica, senso di unità e armonia, immagini vitali; fattore della depersonalizzazione, con mancanza di emozioni, distacco dal corpo, percezione strana e irreale di se stessi e del mondo, alterata percezione del tempo; fattore di ipervigilanza, caratterizzato da pensieri intensi e vividi con intense percezioni visive e uditive.
In tutte le esperienze riportate dal gruppo erano presenti questi fattori con percentuali diverse a seconda dei casi: coloro che avevano affrontato la morte solo a livello psicologico presentavano percentuali nei fattori della ipervigilanza e depersonalizzazione, mentre gli altri riportavano punteggi maggiori nel fattore mistico, L'ipotesi della depersonalizzazione veniva confutata a favore dell'EPM come fenomeno singolare e originale. Anche uno studio di Greyson (1991) confermò l'ipotesi che non esiste associazione tra EPM e psicopatologia.
L'EPM per Rodin (1980), neurologo di Detroit, veniva considerata come una "psicosi tossica" causata dal processo del morire. Secondo questo studioso durante una crisi vitale poteva verificarsi un grave stato tossico cerebrale per un forte calo di ossigeno ed un aumento di anidride carbonica. Ne conseguiva una psicosi organica con dissociazione mentale, distacco e ritiro dalla realtà. Posizione contestata da coloro che sostenevano il carattere di lucidità mentale e lo stato di benessere tipici della EPM
Una tesi interessante ad impronta psicanalitica venne presentata da Grosso nel 1983. Va ricordato che lo stesso Carl Gustav Jung fece l'esperienza in seguito ad un infarto del miocardio che egli stesso considerò una visione, cioè una "momentanea creazione ex novo dell'inconscio". Il modello junghiano prevede un inconscio di natura personale e un inconscio di natura collettiva, universale e impersonale. Quest'ultimo è composto da immagini arcaiche chiamate archetipi. L'archetipo è una forma di categoria ereditaria. Vorrei precisare che Jung non ha mai collegato direttamente l'esperienza che ha avuto con la sua teoria degli archetipi. L'operazione è stata fatta successivamente da alcuni suoi seguaci.
Grosso, ad esempio, vide nella EPM la manifestazione di uno specifico archetipo dell'inconscio collettivo da lui stesso chiamato "archetype of death and enlightement" che assisterebbe la persona durante la crisi vitale, attivato con funzioni compensatorie e risanative. L'A.D.E., quindi, secondo Grosso è una struttura psichica sottostante che viene attivata dal pericolo di morte e agisce per rappresentare e strutturare il passaggio della coscienza fino alla sua conclusione ultima. Ma perché questo meccanismo scattava solo per una percentuale di soggetti e non per tutti coloro che erano stati in pericolo di vita?

Spiegazioni Psicologiche
I risultati della ricerca di Noyes e Kletty, già precedentemente citati, avevano sollevato molti interrogativi riguardanti la questione se la EPM fosse realmente un fenomeno legato alla morte come risultava dalle ricerche condotte da Moody, Ring, Sabom e Morse.
Si fece strada a questo punto un filone interpretativo che cercava di spiegare l'evento come fenomeno sottostante il dominio psicologico. Non mancano autori come Blacher (1979) che avvicinavano l'EPM ad una "fantasia di morte" che trasformava il morire come un'esperienza piacevole piuttosto che terrificante. Sarebbe l'inconscio a proteggere l'Io attraverso immagini confortanti onde evitare la paralisi emotiva. Già Freud aveva affrontato la questione in una pubblicazione del 1915, dal titolo "Considerazioni attuali sulla guerra e la morte" affermando che: "è impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte, e ogni volta che cerchiamo di farlo possiamo constatare che in effetti continuamo ad essere ancora presenti come spettatori. Il nostro inconscio non crede alla propria morte e si comporta come se fosse immortale." Per Freud dunque, la psiche posta di fronte alla morte reagisce inconsciamente con distacco e negazione creando una illusione di immortalità. L'ipotesi di Blacher non spiegava tuttavia il fenomeno nella sua interezza.
Un ulteriore spiegazione riporta opinioni che sostengono che l'EPM potrebbe essere considerata la "riattivazione stato-dipendente del ricordo della nascita" (Sagan,1982). Le memorie immagazzinate al momento della nascita potevano affiorare alla coscienza solamente durante situazioni fortemente similari come quella della morte. Il sentimento di pace e di benessere poteva richiamare l'esperienza piacevole del feto nell'universo intrauterino, dove i confini dell'Io non sono definiti. L'esperienza di essere spinti attraverso un luogo buio (tunnel), sfociante in una luce radiosa e brillante, poteva essere ricollegato con l'esperienza della nascita. La visione degli esseri di luce poteva corrispondere alla visione distorta del personale medico da parte del neonato. Questa teoria apparentemente esauriente fu confutata in base ad alcune considerazioni da Becher (1982): a) il sistema nervoso del neonato è incapace di percepire e codificare il processo della nascita per immaturità neurologica; b) l'esperienza della nascita presenta differenze rispetto l'EPM, infatti la nascita è un'esperienza piuttosto traumatica mentre la EPM si presenta come positiva.
La teoria di Sagan fu completamente demolita dalla Blackmore (1993) quando intervistando 254 persone, che avevano avuto una EPM, 36 nate con il parto cesareo, riportavano comunque l'esperienza del tunnel e della luce. Se l'EPM rappresentava il ricordo della nascita, le persone con parto cesareo non avrebbero dovuto presentare la visione del tunnel e della luce.
Sulla scia della psicanalisi anche Greyson (1983) prende in considerazione l'ipotesi che l'EPM potesse essere un "tipo di regressione al servizio dell'io". Anche questa opinione risultava inadeguata e incompleta.
Ring (1992) ebbe l'intuizione di ricercare possibili antecedenti psicologici che potevano predisporre certe persone ad avere o ricordare l'EPM per il fatto che il fenomeno si verificava solo in un terzo delle persone che affrontavano un pericolo di morte. L'ipotesi sottostante era quella di una personalità incline alla EPM, chiamata da Ring "NDE-Prone personality", suscettibile alla dissociazione, all'assorbimento psicologico, ad esperienze psichiche costruite e sviluppate fin dall'infanzia come reazioni di difesa verso una realtà negativa e stressante. I risultati confermarono l'ipotesi in quanto il gruppo esperienziale riportò un'alta incidenza di abusi e traumi infantili. Alla luce di queste ricerche si può ipotizzare che l'EPM sia un fenomeno psicologico e mentale, tuttavia deve essere posta in una prospettiva neurofisiologica che prenda in considerazione i meccanismi cerebrali che stanno alla base dei processi psichici.

Spiegazioni Psicofisiologiche

Già Blacher (1979) fu uno dei primi autori che considerò l'ipossiemia come responsabile dell'EPM Tale ipotesi veniva condivisa anche da Rodin che tentava di convalidare la sua opinione descrivendo gli effetti mentali prodotti dall'anossia e somiglianti all'esperienza, come l'aumento del sentimento di benessere, il senso di potere, la perdita del giudizio critico, ecc.. Ipotesi non pienamente condivisa, questa dell'anossia, in quanto si constatava anche una diminuzione o obnubilamento delle capacità mentali e cognitive in netto contrasto con le esperienze di chiarezza e lucidità mentale descritte nell'EPM.
Un'altra critica era basata sulla constatazione che l'ordinaria procedura di misurazione periferica arteriosa dei gas nel sangue (pH) non era un indicatore attendibile dei livelli cerebrali. Ad esempio, Gliksman e Kellehear (1990) affermarono che il basso livello di anidride carbonica nel sangue può ridurre il flusso ematico e provocare ipossia cerebrale, anche se, il contenuto di ossigeno arterioso è normale.
Blackmore (1993) a proposito cercava di dimostrare che l'anossia potesse essere il "grilletto" che fa esplodere l'EPM, considerando il fenomeno come una esperienza varia, indotta da molte cause, una delle quali era l'anossia. In base ad una suddivisione clinica individuò quattro tipi di anossia e concludeva affermando che quest'ultima poteva produrre svariati effetti in base alle circostanze, alla velocità di reazione, agli organi colpiti e allo stato di salute del soggetto. Per verificarsi una EPM serviva, secondo la studiosa, una velocità intermedia del declino dell'ossigeno, poiché una velocità troppo forte o troppo lenta produceva reazioni diverse. La stessa autrice soteneva che l'ipercapnia come l'anossia poteva concorrere a causare l'EPM.
L'ipotesi della disfunzione del lobo limbico, sostenuta da Carr (1982) vede molte delle caratteristiche dell'EPM simili ad alcuni tratti sintomatici rilevabili nei casi di iperattività del lobo limbico: epilessia del lobo temporale e stimolazione elettrica. Durante un forte stress, nel lobo limbico si possono verificare delle scariche abnormi di neuroni; i peptidi endogeni sono connessi con l'iperattività del lobo. Carr ipotizza che il metabolismo alterato delle endorfine e delle enchefaline-per lo stress causato dalla crisi vitale-provochi un abnorme secrezione di neuro-ormoni e questo spiegherebbe alcuni vissuti dell'EPM. Infatti, negli stati agonici, certi peptidi svolgono un ruolo di "allucinogeni endogeni".
Un'altra ipotesi interessante di questo filone è di Jansen (1989) che focalizzò la sua attenzione sulla scoperta di un recettore chiamato NMDA (N-metil-D-aspartate). Secondo alcuni neuroscienziati questo recettore agirebbe durante la crisi vitale (attacco cardiaco, attacco ischemico) legandosi con un aminoacido eccitatorio, L-glutammato, neurotrasmettitore che a concentrazioni elevate produce una eccitotossicità, ovvero la morte delle cellule cerebrali. Si scoprì in seguito una sostanza endogena, l'alfa e beta endopsicosina che poteva svolgere un ruolo di protezione dei neuroni dall'eccitotossicità bloccando il recettore NMDA. Sarebbe possibile dunque, secondo Jansen che un massiccio rilascio di sostanze endogene come l'alfa beta endopsicosina, possano ridurre l'eccitotossicità in un cervello ischemico, inducendo però come effetto collaterale l'EPM. Ne consegue un effetto anticonvulsivante, un'analgesia, un'allucinazione dissociativa e la riattivazione di ricordi del passato.
Anche il modello neurobiologico di Saavedra-Aguillar e Gomez-Jeria (1989) appare interessante per spiegare l'EPM In questa prospettiva il fenomeno era interpretato come un'esperienza mentale causata da un processo di fattori variabili ed interconnessi. Gli autori tengono conto delle ipotesi sollevate da altri ricercatori. Alla base del processo vi è una situazione stressante (arresto cardiaco, malattia, intervento chirurgico, trauma), un'alterazione della coscienza correlato a vasocostrizione, con riduzione del flusso ematico nelle strutture sensorie. L'ischemia produrrebbe delle scariche nelle cellule dell'organo del Corti producendo rumori e suoni tipici del'EPM. Durante lo stress cerebrale vi sarebbe un rilascio di endorfine e serotonina e, forse, anche altri neurotrasmettitori che localizzandosi nel sistema limbico, bloccherebbero il recettore NMDA, causando una sensazione di pace e di benessere. L'induzione di un'attività epilettiforme causata dall'ischemia produrrebbe delle allucinazioni visive, nonché il recupero e la riattivazione delle memorie passate.. Anche l'OBE si spiegava con questo meccanismo, ma gli autori ipotizzavano una correlazione con una personalità narcisistica incline all'assorbimento, alla fantasia, che più tardi Ring (1992) etichettò "NDE prone-personality". Così per gli altri elementi quali il tunnel e l'alterazione spazio-temporale. Ma come spiegare il fatto che solo un terzo delle persone che affrontavano un pericolo di morte poteva avere l'EPM? A fronte di questo, gli autori rispondevano che i soggetti che non riportavano l'esperienza potevano: a. avere diverse predisposizioni genetiche epilettogene; b. avere differenze funzionali nel rilascio di endorfine; c) avere un grado diverso di coinvolgimento della coscienza; d) avere una diversa capacità di ricostruire verbalmente un coerente resoconto dell'esperienza.

L'ipotesi del cervello morente di Blackmore (1993) chiude questa rassegna di spiegazioni psicofisiologiche e risulta indubbiamente importante, in quanto la studiosa ha cercato di confutare in modo deciso e provocatorio le tesi finora presentate. Una voce autorevole quella della Blackmore che pubblicando "Dying to live" raccoglie e approfondisce il contributo delle ricerche precedenti nel tentativo di elaborare una sua teoria dell'EPM. Quest'ultima sarebbe causata da un processo multifattoriale variabile, a seconda delle circostanze e dello stato fisiologico e psicologico. Alla base vi sarebbe un minimo fattore comune che può fungere da filo conduttore in tutte le circostanze e cioè la disinibizione e conseguente eccitazione che si può verificare a seguito di uno stress cerebrale. Questo meccanismo poteva render conto, sia delle spiegazioni centrate sull'anossia, sia quelle del lobo temporale e del sistema limbico, sia quelle basate sulla biochimica cerebrale. Tale meccanismo, tuttavia, non doveva essere nè troppo veloce, nè troppo lento per scatenare l'EPM Servirebbe una velocità intermedia di anossia che consentirebbe una lunga fase di disinibizione e conseguente eccitazione. Questa sarebbe la fase chiave per il verificarsi dell'evento. Allora il tunnel sarebbe il risultato di una disinibizione della corteccia visiva in cui le cellule producono dei fosfeni consistenti al centro del campo visivo. Simulando con il computer Blackmore scoprì che l'effetto appariva come una luce che diventava sempre più grande. Anche il movimento dentro il tunnel risulterebbe un illusione ottica dovuta all'assenza di uno statico di riferimento. Il rilascio delle endorfine potenzia i sentimenti positivi e piacevoli. La revisione panoramica della vita sarebbe permessa dall'attivazione di strutture profonde del sistema limbico implicate nella memoria. La visione degli esseri di luce si spiegherebbe con l'anormale attività del sistema limbico e del lobo temporale che trasformano le semplici informazioni sensorie in allucinazioni visive complesse. Infine la Blackmore sostiene che l'EPM è determinata da un breakdown del modello del "Sè" insieme con il breakdown dei normali processi del cervello.

Tiberi, psicologo italiano, si occupa del fenomeno Pre-Morte da parecchi anni. Egli propone un modello di interpretazione originale, già accennato nella prima parte dell'articolo. La proposta epistemologica di Tiberi sugli stati o dimensioni o livelli di coscienza sostiene che le attività mentali coscienti potrebbero essere catalogate per la loro diversità in uno schema composto da quattro quadranti. Nel primo, possono essere catalogate le attività semplici comuni, più frequenti e quotidiane; nel secondo, potrebbero essere inseriti gli stati di coscienza legati ad una alterazione superficiale delle funzioni cerebrali, ottenuta mediante la somministrazione di droghe, alcool, stress o stimoli analoghi; nel terzo, potrebbero essere collocati gli stati di coscienza che la psichiatria considera patologici, in rapporto a quelli del primo quadrante, ma che potrebbero essere considerati normali rispetto il funzionamento del cervello come nelle allucinazioni e nella depersonalizzazione. La maggior parte degli studiosi, sostiene Tiberi, si limitano a studiare i fenomeni dei primi tre quadranti e ignorano le attività coscienti del quarto quadrante. è proprio in quest'ultimo che il ricercatore propone di inserire quelle attività mentali coscienti, strutturate da intense emozioni ed "affect", implicanti fenomeni percettivi, cognitivi, potenziati in maniera straordinaria che i soggetti usciti da una reale o soggettiva condizione di morte clinica, di coma profondo, di arresto cardiaco e di trauma cranico riferiscono di aver provato. L'autore aggiunge che questi stati di coscienza del quarto quadrante siano da considerare immanenti e non trascendentali, naturali e normali come quelli degli altri quadranti e li nomina Fenomeni Potenziati di Coscienza (FPC), che nulla abbiano a che fare con la morte (visto che possono accadere anche in situazioni in cui la morte non c'entra). Ad un danneggiamento profondo delle strutture cerebrali non può che corrispondere un analogo cambiamento degli stati coscienti. I FPC possono essere oggetto di studio delle scienze moderne nell'ambito dei loro paradigmi, di particolare importanza medica, ma soprattutto esistenziali.

Considerazioni conclusive

Dall'analisi delle numerose ricerche e interpretazioni dell'EPM possiamo intravvedere una evoluzione: dalle iniziali ipotesi religioso-metafisiche si va verso un crescendo di spiegazioni psicofisiologiche che intendono il fenomeno come immanente, naturale, e non trascendentale, anche se in campo internazionale il primo filone sembra il più affermato. La prospettiva di studio è cambiata poiché, se all'inizio le ricerche erano focalizzate sul fenomeno e le sue caratteristiche, l'attenzione poi si è spostata ai post-effetti, agli antecedenti psicofisiologici dei soggetti.

Inizialmente i ricercatori si concentravano nella ricerca di un solo fattore responsabile, cadendo così nel riduzionismo, mentre ora l'EPM viene considerata nella sua totalità, ovvero un processo psicofisiologico, multifattoriale e multicausale.

Il dibattito è sempre aperto e vivace poiché nessuno dei modelli utilizzati per spiegare l'evento dell'EPM finora è risultato esaustivo. Questo però non legittima l'opinione che i fatti non siano reali e pertanto non degni di essere presi in considerazione o, peggio ancora, banalizzati. Appoggiando con vigore quanto afferma Tiberi: "Non mi sembra che costituisca un problema ammettere che esistono molti fenomeni della natura e dell'uomo che, per il momento, rimangono misteriosi anche per le scienze più avanzate. Diventerebbe invece un problema se le difficoltà attuali di spiegazione dei fatti suggerissero la soluzione più pigra, cioè negarli".

Il problema, a mio avviso, che si pone a questo punto è di tipo applicativo- assistenziale. Riguarda i vantaggi che possono trarre dalla conoscenza di questi fenomeni i pazienti che li hanno provati, i malati terminali e coloro che li assistono. Per esempio, il personale infermieristico e medico, rimanendo solo nell'ambito ospedaliero. Esiste una letteratura che tratta questo argomento. Essa riporta il grado di conoscenza dell'EPM o FPC e i relativi atteggiamenti degli infermieri e dei medici. Quanto annunciato potrà essere oggetto di analisi, discussione e riflessione in un altro articolo.

Bibliografia di riferimento

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Laura CUNICO
Tratto da: Nursing Oggi ,n. 3, 1998, pp. 16-24 

http://www.nursesarea.it/invito/invito21ti.htm

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Societa` Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza

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La Societa' Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza e' sta fondata nel dicembre 1990. Essa si propone come sede aggregativa e di diffusione delle informazioni che riguardano il vasto e multidisciplinare campo di ricerca sugli stati di coscienza; un campo le cui tematiche possono spaziare dagli stati di possessione e di trance sciamaniche alla neurofisiologia degli stati estatici, dai nuovi movimenti religiosi e filosofici "psichedelici" alla storia del rapporto umano (tradizionale e scientifico) con i vegetali e i composti psicoattivi.
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